Veranstaltung Migrando Sole

„Migrando Sole“  
Veranstaltung zu allein migrierenden Frauen. 

3.Oktober 2010
Lichtmess Kino , Hamburg Gausstraße
Einlass 19 Uhr
Eintritt 3 Euro

mit: Regisseurin Salome Aleksi
Buchautorin Francesca Alice Vianello
Veranstalter: Italienarchiv,Flüchtlingsrat Hamburg

Film „Felicità“ 30 Min von Salome Aleksi 
Die Georgierin Tamara arbeitet illegal in Italien, um ihrer Familie nach Georgien Geld schicken zu können. Als ihr Mann stirbt, kann Tamara nicht zu seiner Trauerfeier. Doch um ihm die letzte Ehre zu erweisen, entschließt sie sich auf ihre Weise teilzunehmen – via Mobiltelefon. Tragikomischer Blick auf die Auswanderungswelle vieler georgischer Frauen in den Westen und ihre Folgen.
http://www.felicita-cinema.com/

Buchvorstellung „Migrando Sole“von Francesca Alice Vianello
Transnationale (Ver-)Bindungen zwischen der Ukraine und Italien
Diese Untersuchung befasst sich mit der Migration ukrainischern Frauen, die nach Italien kommen.
Einige der Erfahrungen lassen sich auch auf Frauen aus anderen Ländern übertragen, unabhängig davon ob sie aus Osteuropa oder aus völlig anderen Regionen kommen. Der Fokus der Untersuchung liegt auf Frauen, die alleine migrieren.

Campi nomadi – Maroni e i sindaci contro il diritto dell’Unione Europea

di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo
1. Da anni il Parlamento europeo sollecitava “ gli Stati membri a risolvere il problema dei campi, dove manca ogni norma igienica e di sicurezza e nei quali un gran numero di bambini rom muoiono in incidenti domestici, in particolare incendi, causati dalla mancanza di norme di sicurezza adeguate”. Il Parlamento europeo sollecitava anche la Commissione ad adottare iniziative volte all’inclusione, al contrasto dell’integrazione, alla protezione sociale delle comunità rom, considerate come gruppi vulnerabili anche a causa del loro spostamento da uno stato ad un altro, e dunque della loro presenza in uno stato diverso da quello di origine, pure quando il loro insediamento si può considerare ormai stabile. L’Unione Europea ha stanziato oltre dieci miliardi di euro per fronteggiare il problema della discriminazione e dell’esclusione dei rom. Sono però gli stati che avrebbero dovuto adottare misure che, avvalendosi delle risorse stanziate dall’Unione Europea, affrontassero le questioni dell’accesso al lavoro, del diritto all’alloggio, del diritto/dovere di istruzione del minore, della copertura sanitaria e della tutela nel caso di infortuni, materie nelle quali l’Unione Europea non ha competenze dirette. Mentre in altri paesi europei, tra mille contraddizioni, si sta cercando di fare uscire la “questione rom” dalla logica dell’emergenza e della repressione penale, magari anche dietro la formula ipocrita dei rimpatri volontari, in Italia si procede ancora sulla base delle ordinanze di emergenza e degli sgomberi forzati, una emergenza infinita che viene continuamente prorogata e che si estende sempre di più nelle diverse regioni italiane. Adesso il ministro dell’interno Maroni ha aperto la sua personale campagna elettorale annunciando l’ennesimo decreto legge per inasprire la disciplina dell’immigrazione, con particolare riferimento ai rom. A livello locale anche qualche amministratore si sente già in campagna elettorale e sta lanciando, come a Palermo, una nuova offensiva verso insediamenti tollerati per anni, quando non direttamente creati dalle amministrazioni precedenti, senza alcun riguardo per il rispetto dei diritti delle minoranze, dei minori di età, dei soggetti più vulnerabili.
L’intento dichiarato di Maroni, con il suo seguito di sindaci e prefetti, è di andare contro le raccomandazioni del Parlamento Europeo, ribadite con una importante risoluzione del 7 settembre scorso, rivolta verso la Francia e verso quei paesi, come l’Italia appunto, che adottano politiche discriminatorie nei confronti della minoranza rom. Non è bastato al ministro, evidentemente, il fallimento del vertice a sei stati convocato a Parigi il 6 settembre scorso, in violazione di tutte le regole comunitarie, perchè si sarebbe dovuto affrontare la questione rom proprio in assenza dei paesi maggiormente interessati, come la Slovacchia, la Romania e la Bulgaria. La risposta a quel tentativo di vertice, abortito sul nascere e trasformato ipocritamente in una conferenza sul diritto d’asilo, è stata la Risoluzione del Parlamento Europeo del 7 settembre, che ancora una volta traccia con nettezza le linee che i singoli stati dovrebbero seguire nei confronti della minoranza rom, mentre in Italia si continuano a brandire le armi dei decreti e delle ordinanze da “stato di emergenza” per disperdere i rom sul territorio, condannandoli a condizioni di vita sempre più miserabili.
2. Con il Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri (DPCM) del 21 maggio 2008 il Governo italiano ha dichiarato lo “stato di emergenza” con riferimento all’insediamento di “comunità nomadi” nelle regioni Campania, Lombardia e Lazio perchè tali insediamenti “ a causa della loro estrema precarietà”, avrebbero determinato “una situazione di grave allarme sociale, con possibili gravi ripercussioni in termini di ordine pubblico e sicurezza per le popolazioni locali”. Seguivano le ordinanze ( di protezione civile) dello stesso Presidente del consiglio del 30 maggio 2008 con le quali si conferivano ai Prefetti delle province sopra richiamate i poteri ( da Commissari straordinari) per compiere operazioni di: “ monitoraggio dei campi autorizzati in cui sono presenti comunità nomadi ed individuazione degli insediamenti abusivi”; 
  “ identificazione e censimento delle persone, anche minori di età, e dei nuclei familiari presenti nei luoghi ……, attraverso rilievi segnaletici”; 
  “adozione delle necessarie misure, avvalendosi delle forze di Polizia, nei confronti delle persone …….. che risultino o possano essere destinatarie di provvedimenti amministrativi o giudiziari di allontanamento o di espulsione”.
Tutto rimane ancora oggi affidato alla discrezionalità dei commissari straordinari, quindi dei prefetti, e poi ancora dell’autorità di polizia, liberi di adottare tutte le “necessarie misure” nei confronti delle persone da identificare “che risultino o possano essere destinatarie di provvedimenti amministrativi o giudiziari di allontanamento o di espulsione”. Alle procedure di identificazione, seguono puntualmente provvedimenti di sgombero e decreti di allontanamento forzato. Altro che tutela dei minori e dei soggetti più vulnerabili!
Al decreto ed alle ordinanze presidenziali del 30 maggio 2008 si collegano dunque i poteri straordinari attribuiti ai prefetti, ancora oggi in base alla proroga fino al 31 dicembre 2010 dello “stato di emergenza” che nelle stesse regioni, ed in altre ancora in seguito, come il Piemonte, ha costituito il presupposto per le operazioni di “censimento”. Operazioni di censimento che sono state disposte nei campi rom di tutta Italia, con l’accertamento di numerose situazioni di irregolarità, tanto per i rom comunitari che per quelli non appartenenti all’Unione Europea, non solo per quanto concerne lo status di soggiorno, ma anche per le condizioni di degrado dei campi “abusivi” nei quali gli stessi rom, spesso a seguito di ripetuti sgomberi, avevano trovato rifugio. In particolare, per quanto riguarda i minori rom, le operazioni di censimento, spesso seguite dagli sgomberi degli insediamenti abusivi nei quali si riscontravano gravi situazioni di insalubrità pericolose per la salute degli stessi occupanti, non sono state seguite da interventi socio-assistenziali rivolti alle famiglie che ovunque, di fronte all’alternativa tra la separazione degli uomini dalle donne e dai minori, hanno preferito la ricerca di un altro luogo nel quale trasferirsi, magari a piedi, e tentare di costruire un nuovo insediamento abusivo.
Si può così rilevare come, al di là delle stesse intenzioni dichiarate delle amministrazioni procedenti, ad ogni sgombero forzato, le condizioni di vita dei rom, ed in particolare dei minori, siano peggiorate, anche per effetto dell’allontanamento dai servizi socio-assistenziali e dalle scuole, ma soprattutto con la moltiplicazione di incendi dovuti a stufe improvvisate o a candele, e quindi con l’aumento delle vittime, spesso bambini in tenera età.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, sezione I, con la sentenza del 24 giugno 2009, n. 6352, pur dichiarando legittima la proclamazione di uno “stato di emergenza” e la legittimità del monitoraggio da effettuare nei “campi nomadi”, aveva accolto parzialmente il ricorso presentato dall’European Roma Rights Center contro il D.P.C.M. del 21.05.2008 e le relative ordinanze, con riferimento all’identificazione ed al censimento delle persone.
Il TAR Lazio, in particolare, aveva accolto le censure proposte dai ricorrenti riguardo alla parte delle ordinanze presidenziali che ha previsto l’identificazione ed il censimento delle persone, anche minori d’età, e dei nuclei familiari presenti nei campi nomadi, attraverso rilievi segnaletici. Le ordinanze del Presidente del Consiglio del 30 maggio 2008 sarebbero dunque illegittime nella parte in cui prevedono che si debba comunque procedere all’identificazione mediante rilievi segnaletici anche quando gli interessati siano in grado altrimenti di provare la propria identità e nei confronti dei minori di età, “in assenza di una norma di legge che autorizzi il trattamento dei dati sensibili da parte di soggetti pubblici ovvero di una specifica autorizzazione del Garante per la protezione dei dati personali”.
Successivamente però il Consiglio di Stato, sezione quarta, con ordinanza 25 agosto 2009, n. 6400 (Reg. Ric) e n. 4233 (Reg. Ord. Sosp.), depositata il 26 agosto 2009 ha sospeso in via cautelare l’efficacia della sentenza del TAR Lazio che aveva annullato per illegittimità la dichiarazione dello stato di emergenza in relazione all’insediamento di comunità nomadi ed ha ritenuto „nella valutazione dei contrapposti interessi tipica della sola fase cautelare, allo stato prevalente quello delle Amministrazioni appellanti principali, ferma la necessità di un’approfondita valutazione nel merito tanto dell’appello principale quanto di quello incidentale laddove sollevano complesse e delicate questioni inerenti all’imprescindibile rispetto dei diritti fondamentali e della dignità della persona in uno con il divieto, che pervade l’ordinamento nazionale ed internazionale, di qualsivoglia discriminazione razziale ed etnica“.
Dopo queste decisioni della giurisprudenza amministrative le operazioni di censimento si sono moltiplicate in tutta Italia, costituendo una fase prodromica alla esecuzione degli sgomberi forzati, e proseguono ancora oggi con cadenza quotidiana anche contro i cd. “microcampi”, meglio definibili come alloggi di fortuna, spesso sotto i ponti o a ridosso di aree industriali dismesse, nei quali trovano rifugio coloro che vengono allontanati dai luoghi più centrali nei quali si effettuano gli sgomberi e, in assenza di altre soluzioni abitative che rispettino l’unità dei nuclei familiari, trovano poi rifugio in luoghi sempre più degradati.
3. Rimane in particolare un aspetto assai controverso il censimento rivolto nei confronti dei rom minori con il rilevamento delle impronte digitali e talvolta anche con rilievi fotografici. Le iniziali perplessità del Garante per la Privacy e la stessa decisione del TAR Lazio non sembrano abbiano sortito effetto ed anzi sembrerebbero superate dopo le Linee guida del 17 luglio 2008 emanate dal ministro dell’interno per l’attuazione delle ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri concernenti gli insediamenti delle comunità “nomadi” nelle regioni Campania, Lazio e Lombardia. Nelle linee guida sarebbero contenute previsioni più specifiche che eliminerebbero i vizi di legittimità delle ordinanze del Presidente del Consiglio del 30 maggio 2008. In particolare, per quanto riguarda i minori, le linee guida consentirebbero il rilievo delle impronte digitali solo quando non sia possibile con altri mezzi procedere alla loro identificazione.
Secondo le Linee guida emanate dal ministro dell’interno, per garantire la necessaria identificazione – a tutela del diritto all’identità della persona, si afferma – le ordinanze prevedono che si possa procedere, anche nei confronti dei minori e in relazione alle esigenze sopra richiamate, a rilievi segnaletici. Tale modalità comprende, com’è noto, diverse forme di riconoscimento (descrittive, fotografiche, dattiloscopiche e antropometriche) che potranno essere decise volta per volta. 
Pur restando nella discrezionalità dei Commissari determinare quale forma di riconoscimento sia da adottare, in relazione alla finalità di rendere certa l’identificazione, va aggiunto che i rilievi dattiloscopici devono essere effettuati, secondo le ordinarie procedure previste dalla legislazione vigente, soltanto nei casi in cui l’identificazione, che deve essere certa, non sia altrimenti possibile in base a documenti disponibili e circostanze attendibili, sulla base di quanto previsto dal Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza e relativo regolamento di esecuzione. 
Ancora una volta, si rammenta che tutte le procedure devono essere eseguite nel rispetto della persona e in condizioni di riservatezza. Una specifica attenzione, attesa la delicatezza dell’operazione, deve accompagnare la identificazione dei minori, che sarà effettuata, attraverso tali rilievi, allorché necessaria per tutelarli, anche in rapporto ad abusi dei genitori o sedicenti tali. In particolare, l’acquisizione delle impronte digitali potrà riguardare i soggetti che siano maggiori di 14 anni, salvo che non sia possibile una identificazione in altro modo.
Secondo le linee guida del ministro dell’interno, “per i minori di tale età, ma maggiori di 6 anni, le impronte potranno essere acquisite solo ai fini del rilascio del permesso di soggiorno, ove richiesto da coloro che ne esercitano la potestà, secondo quanto previsto dal regolamento Uè n. 380/2008 , ovvero, nei casi necessari, attraverso il raccordo con la competente Procura della Repubblica presso il Tribunale dei minori e a mezzo della Polizia giudiziaria.
Al di sotto di tale fascia di età, i rilievi dattiloscopici potranno essere disposti, d’intesa con la Procura della Repubblica presso il Tribunale dei minori, solamente in casi eccezionali, da parte della Polizia giudiziaria, nei confronti dei minori che versino in stato d’abbandono o si sospetta possano essere vittime di reato. 
Tutti i rilievi effettuati non dovranno essere oggetto di alcuna raccolta autonoma, bensì saranno conservati negli archivi già previsti dall’ordinamento come, ad esempio, l’archivio stranieri della Questura e della Prefettura, per coloro che avviano la pratica perii permesso di soggiorno, o quello della cittadinanza per coloro che ne richiedono il riconoscimento.
Nonostante il rigore delle Linee guida, rimane però il rischio che, nella applicazione pratica delle ordinanze che stabiliscono lo stato di emergenza “nomadi”, le autorità amministrative ricadano in abusi che ancora il 7 settembre scorso il Parlamento europeo ha rilevato, contestando alla Commissione uno scarso esercizio dei poteri di controllo contro atti direttamente o indirettamente discriminatori. Le operazioni di identificazione e censimento vanno mantenute rigorosamente nei termini indicati dalle “Linee guida” ministeriali ed ove se ne discostassero le autorità amministrative che le hanno decise ed attuate possono essere denunciate in sede civile, penale ed amministrativa. I sindaci non possono sostituirsi ai prefetti nel ruolo di commissari straordinari, neppure di fatto, e la decisioni delle operazione di censimento e di identificazione deve avvenire nelle sedi e nei modi indicati dalla legge, dai regolamenti e dalle linee guida del ministero dell’interno.
4. Malgrado il diritto comunitario non contenesse alcuna previsione specifica che autorizzasse la schedatura e la fotosegnalazione di minori rom, e benchè gli organismi comunitari avessero avvertito in varie occasioni, a tale riguardo, il rischio di pratiche discriminatorie, nelle stesse “Linee guida” del ministro dell’interno si è invocato al riguardo il Regolamento CE 380 del 18 aprile 2008, che prevede l’obbligo di prendere le impronte digitali di cittadini di paesi terzi dall’età di sei anni quando si tratti di rilasciare un permesso di soggiorno. Una norma quindi che ha come finalità precisa il conseguimento di uno status legale e non l’attuazione di misure di stampo repressivo, di sottrazione dei minori alla potestà genitoriale o di allontanamento forzato.
In realtà il Regolamento dell’ Unione Europea n. 380 si limita a modificare il regolamento (CE) n. 1030/2002 che istituisce un modello uniforme per i permessi di soggiorno rilasciati a cittadini di paesi terzi, e dunque riguarda esclusivamente cittadini di paesi terzi “ extracomunitari” ai quali si deve rilasciare un permesso di soggiorno. Si precisa che il “regolamento ha il solo obiettivo di stabilire gli elementi di sicurezza e gli identificatori biometrici che gli Stati membri devono utilizzare in un modello uniforme per i permessi di soggiorno rilasciati a cittadini di paesi terzi”, specificando che “l’inserimento di identificatori biometrici costituisce una tappa importante verso l’utilizzazione di nuovi elementi che consentano di creare un legame più sicuro tra il permesso di soggiorno e il suo titolare, fornendo in tal modo un notevole contributo alla protezione del permesso di soggiorno contro l’uso fraudolento”. 
Lo stesso regolamento n. 380 del 2008 aggiunge poi che, “con riguardo al trattamento dei dati personali nell’ambito del modello uniforme per i permessi di soggiorno, si applica la direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati”.
Nelle premesse del regolamento comunitario 380 del 2008, relativo – è bene ricordare- alla istituzione di un modello uniforme di permesso di soggiorno per i cittadini non appartenenti all’Unione Europea- si precisa poi che, “in ottemperanza al principio di proporzionalità, per conseguire l’obiettivo fondamentale costituito dall’introduzione di identificatori biometrici in formato interoperativo, è necessario e opportuno fissare norme per tutti gli Stati membri che attuino la Convenzione di Schengen. conformemente all’articolo 5, terzo comma del trattato il presente regolamento si limita a quanto è necessario per conseguire gli obiettivi perseguiti”. 
Secondo il regolamento “gli elementi biometrici contenuti nei permessi di soggiorno possono essere usati solo al fine di verificare:
a) l’autenticità del documento;
b) l’identità del titolare attraverso elementi comparativi direttamente disponibili quando la legislazione nazionale richiede la presentazione del permesso di soggiorno.»
Combinando questa disposizione con la normativa sulla privacy emerge chiaramente come il governo italiano, prevedendo il rilievo delle impronte digitali nei confronti di soggetti che come i minori non hanno, né possono avere, alcun permesso di soggiorno autonomamente da quello dei genitori, ed estendendo la previsione ai minori rom comunitari, abbia introdotto norme che, al di là delle precisazioni fornite con le “Linee guida”, possono violare non solo le norme contro la discriminazione, ma anche la disciplina interna e comunitaria sulla tutela dei dati personali.
5. Occorre poi ricordare la Risoluzione del Parlamento europeo europeo del 10 luglio 2008 sul censimento dei rom su base etnica in Italia, che contiene molte argomentazioni ribadite ancora con l’ultima Risoluzione adottata il 7 settembre scorso ( che si allega nel testo originale inglese) .
  esorta le autorità italiane ad astenersi dal procedere alla raccolta delle impronte digitali dei rom, inclusi i minori, e dall’utilizzare le impronte digitali già raccolte, in attesa dell’imminente valutazione delle misure previste annunciata dalla Commissione, in quanto ciò costituirebbe chiaramente un atto di discriminazione diretta fondata sulla razza e sull’origine etnica, vietato dall’articolo 14 della CEDU, e per di più un atto di discriminazione tra i cittadini dell’Unione Europea di origine rom e gli altri cittadini, ai quali non viene richiesto di sottoporsi a tali procedure; 
  condivide le preoccupazioni dell’UNICEF e ritiene inammissibile che, con l’obiettivo di proteggere i bambini, questi ultimi vedano i propri diritti fondamentali violati e vengano criminalizzati, così come condivide le preoccupazioni espresse dal Consiglio d’Europa e da molte ONG e comunità religiose, e ritiene che il miglior modo per proteggere i diritti dei bambini rom sia garantire loro parità di accesso a un’istruzione, ad alloggi e a un’assistenza sanitaria di qualità, nel quadro di politiche di inclusione e di integrazione, e di proteggerli dallo sfruttamento; 
  invita gli Stati membri a intervenire con decisione a tutela dei minori non accompagnati soggetti a sfruttamento, di qualunque etnia e nazionalità essi siano; laddove l’identificazione di tali minori sia utile al tal fine, invita gli Stati membri ad effettuarla attraverso procedure ordinarie e non discriminatorie, secondo il caso, nel pieno rispetto di ogni garanzia e tutela giuridica;4. condivide la posizione della Commissione secondo cui questi atti costituirebbero una violazione del divieto di discriminazione diretta e indiretta, previsto in particolare dalla direttiva 2000/43/CE, sancito dagli articoli 12, 13 e da 17 a 22 del trattato CE; 
  esprime preoccupazione per il fatto che, a seguito della dichiarazione dello stato di emergenza, i Prefetti, cui è stata delegata l’autorità dell’esecuzione di tutte le misure, inclusa la raccolta di impronte digitali, possano adottare misure straordinarie in deroga alle leggi, sulla base di una legge riguardante la protezione civile in caso di “calamità naturali, catastrofi o altri eventi”, che non è adeguata o proporzionata a questo caso specifico;
6. Successive posizioni della Commissione Europea, in particolare del Commissario Barrot, a seguito di una regolamentazione più precisa delle operazioni di censimento da parte delle autorità italiane contenuta nelle Linee guida del 2008, oggetto di successive comunicazioni alle autorità di Bruxelles, con particolare riferimento ai rigorosi limiti alla schedatura dei minori rom, hanno sostanzialmente consentito la prosecuzione delle operazioni di censimento ( e quindi di sgombero forzato) nei campi rom ricadenti nelle province per le quali era stato dichiarato lo stato di emergenza. Rimane tutta da verificare, però, la estensione di misure di emergenza a tutto il territorio nazionale, ben oltre l’originario ambito delle tre regioni (Lazio, Lombardia e Campania) individuato nei decreti e nelle ordinanze presidenziali del 2008.
E’ significativo osservare, in conclusione, come nell’ultima Risoluzione del Parlamento Europeo del 7 settembre 2009 vi sia una dura censura per gli stati che hanno continuato ad operare secondo criteri discriminatori nei confronti dei rom, anche con il ricorso ad operazioni di censimento arbitrario e di sgombero forzato senza alternative di alloggio, ed altre critiche sono ribadite per l’operato della Commissione. „Il Parlamento europeo – è scritto nel punto 10 della Risoluzione – deplora la tardiva e limitata risposta della Commissione in qualità di guardiana dei Trattati, nel dovere di verificare l’aderenza delle azioni degli stati membri alle leggi primarie della Ue, in particolare alle direttive sulla non-discriminazione della libertà di movimento e il diritto di protezione dei dati personali”. 
Il giudice nazionale non potrà non tenere conto di queste importanti risoluzioni del Parlamento Europeo che, insieme alle decisioni della Corte di giustizia, costituiscono il più sicuro criterio di interpretazione della normativa comunitaria e delle leggi di attuazione sul piano del diritto interno, e dunque della legittimità dei provvedimenti amministrativi adottati su questa base. Le dichiarazioni del ministro Maroni, in linea con quelle di Sarkozy in Francia, contro le Risoluzioni adottate dal Parlamento Europeo in materia di protezione e di integrazione dei rom, confermano quanto questi governanti ritengano di avere preso il potere per la loro parte politica e siano lontani dalla concezione della democrazia e dello stato di diritto fissata nella Costituzione repubblicana e nei documenti fondativi dell’Unione Europea.
Se a livello locale gli amministratori, che per anni sono stati responsabili di comportamenti autenticamente omissivi e quindi anche del degrado delle condizioni di vita dei rom, volessero strumentalizzare l’indubbia valenza elettorale che oggi, purtroppo, assume ogni politica di discriminazione nei confronti delle minoranze, di tutte le minoranze, procedendo a censimenti ed a sgomberi arbitrari, occorrerà rispondere con la mobilitazione e con le iniziative legali. 
Esistono ancora giudici, in Italia e nelle giurisdizioni europee, che sapranno fare valere i diritti di chi viene discriminato e “trasformato” da persona in problema di emergenza di pubblica sicurezza. Dopo le importanti prese di posizione del Parlamento Europea, se non interverrà per tempo la Commissione Europea aprendo procedure di infrazione, toccherà alla Corte di Giustizia di Lussemburgo, alla Corte dei diritti dell’Uomo di Strasburgo ed ai giudici nazionali rendere effettivi i diritti di difesa dei rom e salvaguardare i principi fondanti dello stato di diritto, per i rom e per tutti i cittadini.
Bibliografia:
P. Bonetti, I nodi giuridici della condizione di rom e sinti in Italia, Relazione introduttiva al Convegno “La condizione giuridica di rom e sinti in Italia”, Milano, 16 giugno 2010, in www.rom.asgi
P. Bonetti, Il diritto d’asilo in Italia dopo l’attuazione della direttiva comunitaria sulle qualifiche e sugli status di rifugiato e di protezione sussidiaria, in Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, n.1/2008, p. 13
L.Miazzi, Interesse del minore straniero e controllo delle frontiere: la visione politica dell’autorizzazione ex art.31 co 3 TU n.286/1998 da parte della Cassazione, in Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, n. 2/2010, p.110
A. Simoni, I decreti “emergenza nomadi”: il nuovo volto di un vecchio problema, in Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, n.3-4, 2008, p. 44
A. Simoni, La qualificazione giuridica della mendicità dei minori rom tra diritto e politica, in Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, n. 1/2009, p.99
A. Simoni, Appunti per una lettura “romanì” del pacchetto sicurezza, in Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, n. 4/2009, p. 217
F. Vassallo Paleologo, Rom: i diritti negati, in Sicurezza di chi? ( a cura di G,Naletto), p.42, Roma, 2008
N. Zorzella, I nuovi poteri dei sindaci nel “pacchetto sicurezza” e la loro ricaduta sugli stranieri, in Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, n. 3-4, 2008, p. 57
International Labour Organization (ILO) , “Report of the Committee of Experts on the Application of Conventions and Recommendations“ – Report III (Part 1A) General Report and observations concerning particular countries, pag. 644, 6 marzo 2009
Sentenza n. 6352 del T.A.R. del Lazio, 24 giugno 2009 sui decreti “emergenza nomadi”   Ordinanza del Consiglio di Stato n. 6400 del 25 agosto 2009 sui decreti “Emergenza nomadi”
[ venerdì 10 settembre 2010 ]

Libyen entlässt 3000 Flüchtlinge aus den Lagern

http://www.borderline-europe.de/news/news.php?news_id=103

Libyen entlässt 3000 Flüchtlinge aus den Lagern
Libyen hat eine Massenbefreiung der inhaftierten Migranten vorgenommen. Nicht nur die 205 inhaftierten Eritreer in Braq wurden entlassen, sondern auch 2800 weitere Flüchtlinge und Migranten. Alle haben eine Aufenthaltserlaubnis für drei Monate erhalten, um sich Arbeit in Libyen zu suchen.

Es ist unklar, warum Ghaddafi plötzlich alle Lager öffnen ließ. War es der europäische Druck auf den Leader nach der Verschleppung der Eritreer nach Braq? Diese waren nach einer Revolte am 30.6. im Lager von Misratah ins südlibysche Braq deportiert worden, da sie sich hatten geweigert hatten, Identifizierungspapiere für die eritreische Botschaft zu unterzeichnen. Libyen lässt sich nicht gern in seine Politik reinreden, so hat der libysche Botschafter in Rom, Hafed Gaddur, deutlich geäußert, dass niemand das Recht habe, sich in libysche Innenpolitik einzumischen. Mit der Öffnung der 28 Zentren, die zum Teil von Italien finanziert wurden, sind nun alle Migranten und Flüchtlinge auf freiem Fuß – vielleicht ein „Racheakt“ Ghaddafis, um zu zeigen, dass er nicht mehr gewillt ist, den Grenzpolizisten zu spielen, wenn sich die Europäer in seine Politik mischen. Unter den 3000 Entlassenen befinden sich ca. 400 Eritreer, 205 davon waren in Braq inhaftiert. Diese jedoch können Sebha, die Wüstenstadt, in die sie nach der Freilassung gebracht wurden, offiziell nicht verlassen, da ihre Aufenthaltserlaubnis nur hier gilt. Für die Eritreer dreht sich damit die Katze um den Schwanz, denn so können sie sich keine Arbeit suchen, haben aber auch sonst keinerlei Einkünfte und somit keine Zukunftschancen. Gabriele del Grande schreibt auf seinem Blog und über facebook (fortresseurope.blogspot.com), dass er Anfang der Woche mit Kontaktpersonen in Libyen gesprochen habe, die ersten Eritreer aus Braq/Sebha seien in Tripolis angekommen – doch sie haben wieder einmal bezahlen müssen, wie alle anderen Flüchtlinge auch, nur so hätten sie einen LKW gefunden, der sie in die Hauptstadt gebracht habe.

Was aber bedeutet die Öffnung nun wirklich für die Verhandlungen zwischen Libyen und der Europäischen Union? Ist Ghaddafi tatsächlich nicht mehr gewillt, „mitzuspielen“? Vor einigen Tage hatte er zumindest somalische Flüchtlinge, die vor Malta aufgegriffen worden waren, zurückgenommen. Die 55 Somalis waren nach einem SOS von der maltesischen Marine gerettet, dann aber willkürlich getrennt und die Hälfte von ihnen auf ein inzwischen eingetroffenes libysches Boot umverteilt worden. Die Tageszeitung Malta Today zitierte die Armed Force of Malta, sie hätten einer Zurückschiebung nach Libyen zugestimmt, doch die in Malta verbliebenen Somalis berichteten der Zeitung, dass niemand wusste, dass die Hälfte nach Libyen zurück geschickt wurde. Es habe sich zwar um ein Schiff mit libyscher Flagge gehandelt, aber an Bord hätten alle italienisch geredet – sie dachten, ihre Mitreisenden würden nach Italien oder vielleicht auch nach Malta gebracht.
Ebenfalls letzte Woche erreichte ein Boot mit an die 236 Flüchtlingen, hauptsächlich Eritreern, unter ihnen viele Frauen und Kinder, die sizilianische Küste. Sie flohen, als sie die Küste erreichten, doch 49 von ihnen hat die Polizei wieder eingefangen und in die Erstaufnahme nach Salina Grande (Trapani) gebracht. Sie hätten schon lange Zeit in Libyen gelebt, berichteten die Eritreer. Dann kam die Revolte in Misratha und die Deportierung nach Braq. Die Angst, gleiches Schicksal zu erleiden hat sie sicherlich dazu bewegt, trotz allem loszufahren. Aber vielleicht hat der Vorfall von Braq und die massive Kritik an ihrer Politik die Libyer auch dazu gebracht, ihre Grenzen wieder unbewachter zu lassen?

Judith Gleitze, borderline-europe, Sizilien
Palermo, 21.07.2010

http://www.infoaut.org/articolo/gheddafi-chiude-i-cie-libici-e-leuropa-fa-finta-di-niente/
19.07.2010
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Gheddafi chiude i Cie libici. E l‘Europa fa finta di niente
migranti

La notizia è di quelle grosse ma a parte i siti dedicati all‘argomento (che giustamente ne sottolineano più le ombre che le luci) la notizia non ha trovato ospitalità praticamente su nessun portale o canale del mainstream. A occuparsi della vicenda c‘è solo Il Manifesto. Con una mossa a sorpresa Gheddafi ha ordinato sabato la chiusura dei campi d‘internamento libici e la liberazione dei 3000 detenuti che li popolavano, tra cui gli eritrei protagonisti dell‘ultima tragica vicenda che ha fatto alzare la voce all‘Unioe Europea.

Se il Colonnello non è nuovo a mosse a a sorpresa, che ne hanno scandito tutta la biografia personale e politica, quella messa in atto nel week-end potrebbe avere effetti decisivi, mandando all‘aria anni di accordi bi-laterali, facendo venir meno il ruolo libico di gendarme meridionale dell‘Europa Fortezza  e rinviando alla stessa Europa la responsabilità prima sui destini di milioni di uomini e donne che  cercano anno dopo anno di varcarne i confini.

Certo si tratta di una libertà molto sui generis, che ricalca nelle disposizioni minute molte dei dispositivi europei di gestione dei migranti: 3 mesi di libertà per trovare un posto di lavoro, l‘impossibilità in molti casi di uscire dalla città che li „ospitava“… come il caso degli eritrei che da 2 giorni dormono per strada a Sebha, affamati e senza possibilità di migrare altrove, attendendo l‘insperata concessioni del diritto d‘asilo internazionale.

Certo la scelta del presidente libico sembra esser stata dettata soprattutto dal fastidio provocato dai richiami europei sui diritti umani dei campi libici e non da un generale ravvedimento sulle politiche dei transitanti il suolo libico. Probabilmente nuove e succose „offerte“ ristabiliranno ruoli consolidati. Nondimeno (almeno per ora) l‘iniziativa è destinata ad avere effetti e riproporre l‘annosa questione ad un Unione Europea ipocrita e pilatesca che appalta il lavoro sporco ad altri per poi riprenderli perché non usano le buone maniere.

Staremo a vedere!

L‘intervista a Angelo Del Boca su Il Manifesto di domenica 18 luglio:

«Finita la vergogna dei lager, per Roma è uno schiaffo» 
Intervista di Tommaso Di Francesco


«È un sonoro schiaffo all‘Italia», così reagisce alla notizia delle decisione della Libia di chiudere tutti i campi di detenzione per immigrati Angelo del Boca, lo storico del colonialismo che aveva denunciato l‘esistenza dei campi di detenzione come «nuovi campi di concentramento» all‘ultimo convegno di storia italo-libico; e sulla vicenda dei 204 immigrati eritrei deportati fino a Braq, si era appellato al figlio di Gheddafi Seif Al Islam, l‘uomo che sta scrivendo la Costituzione libica e che ha mostrato gesti di apertura verso gli oppositori politici. 

Come giudichi questa decisione del leader libico Gheddafi, confermata dall‘ambasciatore libico in Italia Hafed Gaddur? 
La notizia è di estrema importanza, perché chiude il capitolo ignobile dei campi di raccolta, che poi altro non sono – ora speriamo di dire non erano – che campi di concentramento per i disperati in fuga dall‘Africa interna che premono dal grande Sahara su Tripoli. Anche di questi campi è in massima parte responsabile l‘Italia, come è dimostrato dalla medesima pratica dei Cie e dagli stessi problemi e polemiche che abbiamo avuto. Sarebbe importante sapere se quello di Gheddafi è l‘atto di un autocrate che decide della vita e della morte dei suoi ospiti – ospiti della sua Africa – oppure è un ripensamento vero ed umano. La scelta corrisponderebbe alla sua tempra umana: perché, dopo un‘inchiesta rapida che avrebbe dimostrato l‘inutilità dei centri di raccolta, altrettanto rapidamente ha preso la decisione di chiuderli. 

Quali problemi apre questa decisione al Trattato Italia-Libia di due anni fa, dove non c‘era menzione dei campi di detenzione ma la Libia s‘impegnava a «contenere l‘immigrazione clandestina»? 
Per l‘Italia è uno schiaffo. Perché una delle chiavi di volta, oltre al pattugliamento a mare con arrivo di motovedette italiane, era proprio questo sistema di veri e propri lager. Ora non è che la disperazione che spinge popoli interi dal Sahara verso Tripoli finirà. È decisivo capire la conclusione dalla vicenda dei 205 eritrei. Dove andranno i nigeriani liberati dai campi e dove tutti gli altri? Gli eritrei, dopo una forte pressione internazionale e la battaglia di voci libere come il manifesto, sono stati liberati a Braq, possono fare, entro tre mesi quello che vogliono, ma intanto non possono lasciare Seba. E qualora arrivassero a Tripoli, dove potranno mai arrivare ora e quante volte il tempo della loro libertà «entro tre mesi» sarà scaduto? Ecco dunque che l‘Italia, che li ha respinti in acque internazionali senza identificarli come avrebbe dovuto, è richiamata subito in causa: perché devono essere ospitati da un paese terzo che riconosce i diritti umani. 

Forse il cosiddetto contenimento troverà altre forme. C‘è la Finmeccanica che sta per avviare la costruzione di un mega-muro tecnologico ai confini del Sahara per fermare i nostri «clandestini»… 
Sì, c‘è anche questa ulteriore mostruosità della Finmeccanica da denunciare. Ma subito l‘Italia deve dare una risposta alla decisione di Tripoli, basta chiacchiere del ministro Frattini. Se il sottosegretario Stefania Craxi ha dato la disponibilità ad ospitare temporaneamente una parte dei disperati eritrei di Braq, si passi subito a ospitarli. Il governo Berlusconi prenda un‘iniziativa chiara. E l‘opposizione – che, senza tanto per il sottile, aveva dato il suo assenso al Trattato Italia-Libia solo perché risolveva l‘annoso contenzioso coloniale – se esiste davvero, su questo alzi la voce immediatamente. I diritti umani non possono essere scambiati con la memoria della lotta anticoloniale e ora valgono quanto, se non più, la lotta al potere di un governo corrotto e colluso. E invece nessuno in Italia propone un piano chiaro. Può sembrare incredibile, ma lo sta facendo Gheddafi.

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Vedi anche:
• Eritrei di Brak, seconda notte per strada dopo la liberazione
• Libia – Liberi di essere venduti, sfruttati, detenuti, uccisi
• Sui migranti i poteri delle organizzazioni criminali

http://www.infoaut.org/articolo/gheddafi-in-italia-la-svendita-dei-diritti-umani

30.08.2010
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Gheddafi in Italia, la svendita dei diritti umani
 
di Fulvio Vassallo Paleologo (univ. di Palermo)
[da Liberazione.it] A due anni dalla firma del Trattato di amicizia italo-libico Gheddafi ritorna a Roma per celebrare i «successi storici» della collaborazione con gli «amici» Berlusconi e Maroni. Un’amicizia, malgrado qualche recente crisi nella lotta sul controllo delle banche italiane, solidamente cementata da colossali interessi economici.
A due anni dalla firma del Trattato di amicizia italo-libico Gheddafi ritorna a Roma per celebrare i «successi storici» della collaborazione con gli «amici» Berlusconi e Maroni. Un’amicizia, malgrado qualche recente crisi nella lotta sul controllo delle banche italiane, solidamente cementata da colossali interessi economici, dalla partecipazione di finanziarie libiche ai capitali di Fiat ed Unicredit, dalle commesse che le imprese italiane stanno ottenendo il Libia, come l’appalto assegnato a Finmeccanica per la costruzione di un sistema di controllo delle frontiere meridionali di quel paese. 
Nel corso degli anni è intanto aumentata la dipendenza dell’Italia dalla Libia per la fornitura di gas e petrolio, e questo sta consentendo a Gheddafi di fare la voce grossa non appena qualcuno tenta di aprire un dossier sui diritti umani e sulla situazione dei rifugiati. Del resto, per Berlusconi come per Gheddafi, in Libia, i rifugiati non esistono, sarebbero solo immigrati illegali o «ospiti temporanei», i richiedenti asilo sarebbero solo una invenzione delle organizzazioni umanitarie, che dunque vanno sanzionate perché svolgerebbero attività illegali, come è successo all’Acnur a giugno, quando sono stati chiusi i suoi uffici a Tripoli. Intanto il ministro Maroni, per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dagli autentici problemi della sicurezza, annuncia l’abbattimento del numero degli arrivi in Sicilia, mentre gli sbarchi sono ripresi in altre regioni meridionali, su altre rotte.
Il ministro leghista omette di ricordare che per gli arrivi degli scorsi anni si trattava in prevalenza di richiedenti asilo e di soggetti vulnerabili, qualche decina di migliaia di persone in fuga, mentre le norme del «pacchetto sicurezza» e l’inasprimento nella attuazione della Bossi-Fini stanno producendo centinaia di migliaia di irregolari, se non di «clandestini» veri e propri. E la nuova pulizia etnica ai danni dei rom, soprattutto se non appartenenti all’Unione europea, aggiungerà nuova esclusione sociale ed emarginazione senza produrre alcun effetto positivo neppure per quegli stessi cittadini in cerca di sicurezza che oggi hanno individuato nei rom il nuovo «nemico interno». E adesso Maroni vorrebbe chiedere nuove norme più restrittive per i comunitari, proseguendo quella linea della «tolleranza zero» inaugurata con i respingimenti collettivi verso la Libia lo scorso anno, una politica che ha suscitato critiche anche a livello europeo. Le politiche italiane contro i migranti rischiano così di aprire contraddizioni gravissime in ambito comunitario, alimentando conflitti che non sarà possibile risolvere neppure nei prossimi decenni.
Il parlamento italiano, con voto quasi unanime, lo scorso luglio ha ratificato per tutto il 2010 le missioni in Libia della Guardia di Finanza, per la manutenzione dei mezzi militari messi a disposizione di quel paese e per la «formazione» [o collaborazione?] delle forze di polizia, ulteriore tassello di quella sciagurata politica bipartisan che ha portato nel 2007 ai Protocolli operativi [Amato] con la Libia, poi confermati nel 2008 dal Trattato di amicizia ed ulteriormente inaspriti da Maroni nel suo viaggio a Tripoli, subito dopo che il Parlamento Italiano aveva approvato gli accordi precedenti. Un vero colpo di mano, nel febbraio del 2009, all’insaputa di tutti, perché il Parlamento con una maggioranza larghissima aveva dato il via libera alla attuazione dei Protocolli che autorizzavano i pattugliamenti congiunti, ma non i respingimenti collettivi sistematicamente praticati dalle nostre unità navali proprio a partire dal 6 maggio del 2009, sui quali pende ancora il giudizio della Corte europea dei diritti dell’Uomo.
Sarebbe tempo che le forze politiche che oggi si vogliono definire di «opposizione» facciano un minimo di autocritica per la loro politica di intesa con la Libia, e si facciano sentire nei giorni in cui la presenza di Gheddafi a Roma offrirà a Berlusconi e Maroni l’occasione per imbastire un altra vergognosa campagna mediatica, sulla pelle dei migranti, come al solito. Forse Maroni ci racconterà ancora che la Libia, sebbene non aderisca alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, abbia sottoscritto comunque la Convenzione dell’Unione africana che richiama quella Convenzione quanto al riconoscimento dei diritti dei rifugiati. Come l’Italia sta cercando di dimostrare davanti alla Corte europea dei diritti dell’Uomo dove è finita sul banco degli imputati per i respingimenti collettivi praticati lo scorso anno. Eppure basta verificare nei siti delle più importanti agenzie umanitarie, Amnesty [www.amnesty.it] e Human Rigts Watch [www.hrw.org], la portata e la gravità delle violazioni dei diritti umani delle quali è responsabile la Libia con la complicità delle autorità italiane. Complicità che hanno consentito le violenze e gli abusi commessi dai libici ai danni dei migranti, inclusi giovani donne e minori. Per la unicità della catena di comando italo-libica che gestisce le operazioni di intercettazione e di respingimento nel Canale di Sicilia, prevista proprio dai Protocolli operativi Amato del 2007, poi recepiti nel Trattato di amicizia del 2008, queste responsabilità appartengono anche all’Italia e dovranno essere sanzionate al più presto dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo.

http://www.sueddeutsche.de/politik/libyens-staatschef-in-italien-gaddafi-heilsbringer-europas-1.994185

Libyens Staatschef in Italien Gaddafi, Heilsbringer Europas
31.08.2010, 08:58 2010-08-31 08:58:00
Dem libyschen Staatschef Muammar el Gaddafi, Berlusconis persönlichem Freund, liegt Europa offenbar sehr am Herzen. Damit es nicht „zu einem zweiten Afrika“ wird, will er helfen, die Einwanderung zu kontrollieren – und fordert dafür fünf Milliarden Euro von der EU.
Der libysche Staatschef Muammar el Gaddafi hat von der Europäischen Union „jährlich mindestens fünf Milliarden Euro“ für den Kampf gegen illegale Einwanderer aus Afrika gefordert. Libyen sei das Eingangstor der „unerwünschten Immigration“, diese könne nur an den Grenzen seines Landes gestoppt werden, sagte Gaddafi am Montagabend in Rom.
Es liege deshalb ganz im Interesse Europas, auf seine Forderungen einzugehen, „sonst kann es schon morgen zu einem zweiten Afrika werden,“ sagte der libysche Staatschef weiter. Er versicherte, seine Forderung werde auch von Italien unterstützt. Italiens Ministerpräsident Silvio Berlusconi an Gaddafis Seite ging auf die Äußerungen seines Gastes nicht weiter ein.
Doch es ist nicht nur diese Aussage des libyschen Revolutionsführers, die bei seinem vierten Besuch in Rom in gut einem Jahr für Aufregung sorgt. Sein Aufruf, „Europa sollte sich zum Islam bekehren“, stieß am Montag in römischen Politikerkreisen auf heftige Kritik. Mit diesen Worten hatte er sich am Vorabend vor mehr als 200 extra für ihn rekrutierten jungen Damen kurz nach seiner Ankunft in Rom geäußert.
„Wenn ich in Tripolis die libysche Bevölkerung dazu aufrufen würde, zum Christentum überzutreten, würde ich wahrscheinlich nicht heil nach Hause kommen“, kritisierte Rocco Buttiglione von der christdemokratischen Partei UDC die Äußerungen Gaddafis. Mitglieder der Opposition sprachen von einer „peinlichen Show“. Emma Bonino, Senatorin der linken Oppositionspartei Partito Democratico sagte: „Jedes Mal, wenn Gaddafi nach Rom kommt, ist es schlimmer als das vorherige Mal.“ Der italienische Regierungschef Silvio Berlusconi und enge Freund Gaddafis hielt sich hingegen mit öffentlichen Stellungnahmen zurück. „Kein Wirbel um Folklore“ sei die Parole, was den Gast aus Libyen angeht, zitierte die römische Tageszeitung La Repubblica am Montag aus Regierungskreisen.
Doch der Wirbel scheint bei einem Besuch Gaddafis unvermeidlich. Der für seine Exzentrik bekannte Machthaber aus Tripolis reiste diesmal samt 30 Berberpferden in Rom an. Wie immer kam er zu spät. Wie immer brachte er sein eigenes Beduinenzelt mit, das er diesmal im Garten der luxuriösen Residenz seines Botschafters aufschlagen ließ. Der Besuch des „Colonnello“ – wie Gaddafi in Italien auch genannt wird – rief auch mehrere Hilfsorganisationen auf den Plan. „Es ist sehr wichtig, dass wir unsere Arbeit in Libyen vollständig wieder aufnehmen“, erklärte Laura Boldrini, italienische Sprecherin des UN-Hochkommissariats für Flüchtlinge (UNHCR), dessen libysche Basis Anfang Juni auf Geheiß von Tripolis geschlossen worden war. Boldrini wies auf das Problem der Flüchtlinge hin, die weiterhin aus Nordafrika übers Meer nach Italien kämen und meist noch auf See direkt wieder abgeschoben würden, um all zu oft in Libyen zu verschwinden.
Die seit Mitte 2009 von Rom praktizierte und von Tripolis geduldete Ausländerpolitik hatte bereits mehrfach international Kritik ausgelöst. Amnesty International forderte Berlusconi auf, bei dem Treffen mit Gaddafi die Menschenrechtsverletzungen in Libyen anzusprechen. Gaddafi wollte in Rom mit seinem Freund Berlusconi den zweiten Jahrestag eines Freundschaftsabkommens beider Länder feiern. Geplant war der gemeinsame Besuch einer Foto-Ausstellung in der Libyschen Akademie sowie ein Abendessen mit laut Medienberichten 800 geladenen Gästen in der Kaserne „Salvo D‘Aquisto“ – wegen des Fastenmonats Ramadan erst nach Sonnenuntergang.
Rom hat sich zu Milliarden-Zahlungen in den nächsten 20 Jahren als Ausgleich für Schäden aus der Kolonialzeit verpflichtet – wobei das Geld so investiert wird, dass auch italienische Firmen profitieren.
http://www.sueddeutsche.de/politik/libyscher-staatsbesuch-in-italien-gaddafis-blendwerk-1.994230
Wie man Aufmerksamkeit erzeugt, weiß Muammar el Gaddafi. Doch während sich die Öffentlichkeit in Italien und Europa aufregt und den libyschen Staatschef für seine Dreistheit kritisiert, weiß der offenbar genau, was er tut.
Auf Öffentlichkeitswirkung versteht sich Muammar el Gaddafi. Wenn der libysche Revolutionsführer zum vierten Mal binnen eines Jahres nach Italien kommt, um den Freundschaftsvertrag zu feiern, dann bringt er diesmal 30 Berber-Reiter samt Vollblutpferden mit. Und wieder heuert er über eine Modelagentur mehrere hundert hübsche Frauen an, die er mit Koranen beschenkt. Den italienischen Regierungschef Silvio Berlusconi lädt er zum Iftar ein, dem Abendmahl nach dem Ramadan-Fasten. „Der Islam muss Europas Religion werden“, predigt Gaddafi.
Tatsächlich aber geht es dem Libyer darum, die Wiedergutmachung für die Kolonisierung seines Landes durch die Italiener festzuklopfen, die er bei Abschluss des Vertrags vor zwei Jahren in Benghasi vereinbart hatte. Der sieht Investitionen von fünf Milliarden Euro vor, und tatsächlich sind die Italiener seither zum wichtigsten Handelspartner geworden. Vor allem ist Gaddafi am baldigen Bau der 1700 Kilometer langen Küsten-Autobahn von der tunesischen bis zur ägyptischen Grenze interessiert. Sie soll zur Klammer zwischen Tripolitanien im Westen und der Cyrenaika im Osten werden, den beiden Landesteilen, die sich politisch und sozial noch immer fern sind. Waffen möchte Libyen außerdem.
Um seinen Wünschen Nachdruck zu verleihen, kann Gaddafi den Strom der Migranten über das Mittelmeer steuern. Seine Verpflichtungen, die Auswanderer festzuhalten und nach Schwarzafrika zurückzuschicken, erfüllt er ohne Rücksicht auf Kritik von Menschenrechtlern. Es muss kein Zufall sein, dass die Zahl der Flüchtlinge, die erheblich nachgelassen hatte, vor der Visite in Rom wieder etwas gestiegen ist.

1. März Streik der migrantischen Arbeit

Vor und nach dem 1. März in Italien

Berichte und Fotos auf http://www.coordinamentomigranti.splinder.com/

Obstinately strike

Migrants‘ strike on March the 1st became an object of discussion for the first time thanks to the courage of those women who launched the Facebook campaign. Then, migrant workers begun to speak about it in their working place, in their organized groups and coordinations and in their social places. Afterwards, many hurried up for giving lessons in order to change directions. Some of them said that this kind of strike would be a failure. Others accused that this kind of strike is an „ethnical“ strike. Others denounced that this kind of strike is impossible, in so far as precarity and illegal work are so many borders that cannot be crossed. However, there are some workers who obstinately, ignoring lessons and crossing the borders, are really organizing the strike.
Towards the 1st of March, the word strike is unifying not only a great solidarity movement for migrants, but also the workers, not only migrant. On March the 1st the strike can be done and will be done, and the workers who will abstain from work saying no to the Bossi-Fini law and the so called „pacchetto sicurezza“ (the new security law) will speak also for those who are precarious because their right to stay in this country is bounded to a labour contract. They will speak for those who never see a residence permit because of the illegality produced by the Bossi-Fini law and criminalized by the pacchetto sicurezza. They will speak also for those who are precarious and underpaid even though they are not migrants.
On February 6, in Brescia, 20.000 people, men and women of different generations, mainly migrants, demonstrated against the institutional racism cruelly enacted by the local governments. The word strike has been constantly amplified during the demonstration, and at the end the names of the 20 working places where the strike will be made on March the 1st were publicly declared.
On February 7 in Suzzara, near Mantua, dozens of migrant workers met to discuss the effects of the crisis in the age of the Bossi-Fini law. They found out the working places were the strike can be organized. At least three factories will strike on March the 1st.
On February 14 in Bologna more than a hundred workers participated to a assembly where some union delegates, both migrants and Italian, declared their support to the strike. We worked together into the working places in order to organized the strike and also in Bologna, in four factories, the workers will strike on March the 1st. In other cities, like Reggio Emilia and Parma, migrant and italian workers are going in the same direction. These are important processes and their force cannot be reduced to silence either by the government or by those who believe that, when migrants speak, the workers are divided. This process says clearly that to struggle with migrants is necessary in order to affirm the rights of all workers. Toward the 1st of March many mobilizations are being organized under the mark of the struggle against racism. We will sustain and contribute to the organization of all these initiatives.

However, the 1st of March will be first of all marked by the protagonism of migrants and of all those who will accept with migrants the risk of the freedom to strike saying no to exploitation and to the hierarchies imposed by the Bossi-Fini law. When the strike of migrant labour will be a reality, and not only a myth or an eternal promise, the difference experienced by migrants within their working places and in everyday life will be less hard.
On March the 1st we can move from words to facts.

Coordinamento per lo sciopero del lavoro migrante in Italia

Vielleicht nicht ganz zufällig wird in der Ukraine darüber breichtet:

http://newsru.ua/world/01mar2010/zhovti.html
Всією Італією вперше страйкують іммігранти

Aktuelles Programm

Das Wochenende steht vor der Tür! ein aktualisiertes Programm findet ihr unter Programm .

Für den Streik der migrantischen Arbeit in Italien

Für den Streik der migrantischen Arbeit in Italien

Wir MigrantInnen in Italien der Kollektive, Netze und Koordinationen in Bari, Bologna, Brescia, Mantova e Basso Mantova, Milano, Padova, Roma, Torino
unterstützen den Kampf der migrantischen ArbeiterInnen, die für den nächsten März in Frankreich einen Streik der MigrantInnen vorbereiten.
Nach der historischen Erfahrung in den USA, dem „Tag ohne MigrantInnen“, am 1. Mai 2006, ist es nun an Europa.
Wir wissen alle, daß heute die Krise Armut und Prekarität schafft: MigrantInnen ausbeutet oder ausweist. Die Statistiken zeigen, daß die ökonomische Bedeutung der migrantischen Arbeit in Italien fundamental ist. Ein Streik der migrantischen Arbeit unterstützt von den italienischen ArbeiterInnen würde eine richtige politische Antwort auf Rassismus und Prekarität darstellen. Wir denken der Streik der MigrantInnen muß gemeinsam mit denen in Frankreich vorbereitet werden. Die Situation ist in Europa überall ähnlich. Es ist Zeit laut gegen die Formen der Flexibilisierung durch die EU zu schreien. Sie will durch Anwerbeagenturen, unterschiedlichste Figuren und Firmen, nach ihrem Gutdünken MigrantInnen zwischen den Ländern hin- und herschieben. Sie wollen Migration und MigrantInnen nach ihren Produktionsbedürfnissen.
Einige von uns von dem Tavolo Migranti (Runder Tisch der MigrantInnen) haben sich bereits bei dem Streik vom 15. Mai 2002 im gesamten Industriegebiet von Vicenza beteiligt. Das war eines wichtigtsen Kämpfe der Arbeitskämpfe der MigrantInnen in Italien und Europa.
Wir haben in diesen Jahren die politische Idee des migrantischen Arbeitsstreiks gegen Rassismus und das Bossi-Fini Gesetz unterstützt.
Mayday am 1. Mai 2008, die landesweite Demo am 23. Juni 2009 in Mailand“ Auf welcher Seite stehst du!“ und die letzte große Demo mit 200.000 am 17.Oktober in Rom sind einige Schritte unserer Bewegung bisher gewesen.
Daher wissen wir wie wichtig und wie schwer eine Streik der MigrantInnen ist.
Wir wissen wieviele Hoffnung das weckt und wieviele bereits im Voraus meinen, das sei unmöglich. gefährlich oder gar schädlich.
Wir wissen, das bedeutet neue Wege zu beschreiten, zu versuchen Mißtrauen, Spaltungen zwischen ItalienerInnen und MigrantInnen zu überwinden, .
Wir wissen, das es nicht reicht das auszudrücken. Es muß organisiert werden.
Wir sind uns all dieser Schwierigkeiten bewußt, aber mit aller Hartnäckigkeit die diese Situation von uns abverlangt, unterstützen wir
von heute an eine politische Kampagne für den Streik der MigrantInnen.

Gegen das Bossi – Fini Gesetz
Gegen das Sicherheits Paket
Gegen den institutionellen Rassismus, der vom Innenminister in den Großstädten bis zu den Komunen in der Provinz verbreitet wird.
Die Appelle der Solidarität reichen nicht.
Wir müssen den Mut haben die MigrantInnen als Subjekte ihres eigenen Lebens und nicht nur als Arbeitskräfte zu betrachten!
Bewegungsfreiheit und Bleiberecht für Alle
Schließung aller Formen von Lagern in und außerhalb Europas.
Es ist an der Zeit den Streik der migrantischen Arbeit zu wagen!

Koordination für den Streik der migrantischen Arbeit in Italien

Kontakt:coordinamentosciopero@gmail.com

Per lo sciopero del lavoro migrante in Italia
Pubblichiamo il documento del Coordinamento per lo sciopero del lavoro migrante in Italia, che riunisce coordinamenti e gruppi da diverse parti d‘Italia, tra cui il Coordinamento Migranti Bologna e provincia:

Noi migranti e italiani, uomini e donne appartenenti ai coordinamenti, collettivi e reti di Bari, Bologna, Brescia, Mantova e basso mantovano, Milano, Padova, Roma, Torino sosteniamo le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici migranti che in Francia preparano allo sciopero dei migranti del prossimo primo marzo. Dopo la storica esperienza statunitense della “giornata senza immigrati” del primo maggio 2006, la centralità del lavoro migrante si afferma prepotentemente in Europa.
Tutti noi sappiamo che oggi, mentre la crisi produce povertà e precarietà e fa dei migranti una forza lavoro da usare o espellere, e mentre allo stesso tempo i dati indicano nei migranti una componente fondamentale dell’economia del nostro paese, uno sciopero del lavoro migrante, sostenuto dai lavoratori e dalle lavoratrici italiani, rappresenterebbe la risposta politica più adeguata contro la precarizzazione e contro il razzismo. Pensiamo che lo sciopero dei migranti debba essere costruito insieme ai lavoratori francesi perché la situazione del lavoro migrante è simile in tutta Europa. Occorre gridare forte la nostra opposizione alle forme di mobilità sempre più costrette a cui l‘Unione europea vorrebbe costringerci attraverso agenzie di reclutamento, faccendieri di ogni specie, imprese di appalto che muovono a loro piacimento pacchetti di lavoratori tra le frontiere. Si vorrebbero migrazioni ordinate e migranti ordinati sulla base delle variabili esigenze produttive.
Alcuni di noi all’interno dell’esperienza del Tavolo Migranti hanno già contribuito a organizzare sostenere lo sciopero del lavoro migrante che il 15 maggio 2002 ha coinvolto l’intero distretto industriale di Vicenza, e che ha segnato uno dei momenti più alti della lotta dei migranti in Italia e in Europa. In questi anni, abbiamo sostenuto la proposta politica dello sciopero del lavoro migrante contro il razzismo e la legge Bossi-Fini all’interno dei percorsi che hanno portato alla grande MayDay del 1° maggio 2008, alla manifestazione nazionale di Milano “Da che parte stare” del 23 giugno 2009 e a quella di Roma dello scorso 17 ottobre.
Sappiamo perciò quanto è difficile e quanto è importante uno sciopero dei migranti e delle migranti. Sappiamo quanta speranza produce e quanti lo dichiarano preventivamente impossibile, pericoloso o persino dannoso. Sappiamo che questo vuol dire tentare percorsi nuovi, in grado di superare diffidenze, divisioni tra migranti e italiani, così come sterili contrapposizioni tra schieramenti. Sappiamo che non basta dichiararlo, ma che bisogna organizzarlo. Consapevoli di tutte queste difficoltà, ma con tutta l’ostinazione che la situazione presente ci impone, noi sosteniamo da oggi una campagna politica per l’organizzazione anche in Italia dello sciopero delle migranti e dei migranti.
Per combattere la legge Bossi-Fini, il “Pacchetto Sicurezza”, il razzismo istituzionale che dal Ministero degli interni si diffonde nelle grandi città e nei più piccoli comuni di provincia, le denunce, gli appelli e la solidarietà non sono più sufficienti. Bisogna avere il coraggio di considerare i migranti protagonisti delle loro vite e non solo del loro lavoro. È il momento di osare lo sciopero del lavoro migrante!
Per il protagonismo dei e delle migranti
Per l‘abolizione del legame tra permesso di soggiorno e lavoro
Per la libertà di movimento e il diritto di restare e per la chiusura dei CPT(CIE) dentro e fuori l‘Europa

Coordinamento per lo sciopero del lavoro migrante in Italia

per adesioni : coordinamentosciopero@gmail.com

Mobilisierungs Vernissage

Sulla Via… auf Dem Weg“

Mobilisierungs – Vernissage
Am So 17.1.
Ab 19 Uhr
„Feldstern“

Video: Allora „Piraty Tango“
Von der Ukraine nach Somalia
Über Land und Wasser zurück nach Italien–
Oder: Waffenhandel, Krieg, Piraten, Migration Ausbeutung

Aktuelles/Hintergründe zu den Ereignissen in Rosarno

Ausstellung zum Thema mit Fotos, Texten und Anderem

Links zu den Ereignissen in Rosarno

Auf youtube sind Filmberichte und im Internetradio Interviews

http://de.indymedia.org/2010/01/270666.shtml

auf deutsch
http://www.taz.de/1/politik/europa/artikel/1/die-gewalt-eskaliert/
taz Rassismus in Italien
Die Gewalt eskaliert

Rundschau
URL: http://www.fr-online.de/in_und_ausland/politik/aktuell/?em_cnt=2193854&em_loc=1231

auf italienisch
Radio di Massa
interviews mit genossinnen vaus castelvolturno und casella
http://www.inventati.org/radiodimassa/2010/01/08/rosarno-e-la-rabbia-comincio-ad-esplodere/

auf infoaut.org
http://www.infoaut.org/articolo/ancora-rabbia-a-rosarno

auf yotube
http://www.youtube.com/watch?v=-TKriSPvPk8
und andere

auf englisch
Immigrants Riot In Italy Amid Racial Unrest
http://www.nytimes.com/reuters/2010/01/08/world/international-uk-italy-riots.html

Racial violence continues in Italy as four migrant workers wounded in shootings
John Hooper in Rome
The Guardian, Saturday 9 January 2010

Vorläufiges Programm

Freitag 29.01.

19:00 Uhr Eröffnungsveranstaltung

Samstag 30.01.

Tagsüber Workshops:
1.Wirtschaftskrise und Migration
2.Hausarbeit/Pflege
3.Zwang/Autonomie der Migration
4.Politische Organisation vs. praktische Solidarität
5.Leben in Lagern
6.Bleiberrechtsregelung/Juristische Situation

19:00 Uhr Abschlussplenum

21:00 Party mit dem No*Border Soundsystem (Rocksteady, Ska, Punk & Balkan Beats)